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Rufy mangia i funghi esilaranti

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Come aumentare la serotonina in modo naturale

10 consigli pratici per aumentare in modo naturale l’ormone della felicità, la serotonina, così potrete migliorare il vostro umore, ridurre lo stress, migliorare il sonno e la digestione.

Spezza le catene del lavoro

Inizia la giornata col sorriso mandando una lettera di minacce al tuo padrone scritta con le matite colorate, poi scrivi una lettera di sfanculo a caratteri cubitali sulle pareti dell’azienda con una bomboletta spray, e finalmente scappa via. Dai inizio all’effetto domino che con l’unione dei tuoi fratelli e delle tue sorelle metterà fine al sistema che ti opprime. Fonda la tua ciurma. Questo migliora anche la salute della tua pelle, che senza sfruttamento risulterà liscia, luminosa e brillante!

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Quadrupedia

Quando torno a casa ho l’odore del loro sapone. Visto che a casa mia mancano sia il riscaldamento che l’acqua calda, quando vanno via approfitto della loro casa per farmi una doccia.

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La Videografia del Collettivo

blob-manifesto video per definire la linea estetica/politica/poetica/spirituale del collettivo. vol 1.

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E adesso droghiamoci

E se non lasciassimo le droghe in mano a giudici, psichiatri e sbirri?

Se negli anni ’60 l’idea che si potesse cambiare il mondo con l’aiuto degli psichedelici era possibile, oggi in gran parte sta rientrando in protocolli terapeutici, le aziende farmaceutiche investono in queste sostanze e il capitalismo ha assorbito quasi del tutto quella spinta. Perché quasi del tutto? Perché ad esempio state leggendo questo testo, scritto da chi crede che le droghe abbiano un potenziale sovversivo. E ci sono altre persone che ci credono, là fuori, da qualche parte. E ci sono anche numerose sacche di resistenza di individui che in qualche modo, nel loro modo, consumano queste sostanze.

Non c’ero negli anni ’60-70 e non mi interessa approfondire troppo, anzi penso sia necessario un reset. Se da un lato il potenziale rivoluzionario attribuito agli psichedelici dalla controcultura degli anni Sessanta può suscitare entusiasmo e fascinazione, dall’altro la repressione, la loro progressiva assimilazione nel sistema e la conseguente perdita di quella energia lasciano spazio a un senso di disillusione, depressione e demotivazione. Perché farsi intristire?

L’idea di una trasformazione radicale della società attraverso l’espansione della coscienza si è dissolto, sostituito da un uso sempre più marginale e nascosto, individualistico, quando va bene ricreativo, oppure terapeutico. Quindi se il passato è demotivante, perché pensarci? Come diceva un meme: il passato non esiste, ci sei mai stato? Restiamo nel momento presente, per immaginare quello futuro.

Se il sogno psichedelico non è morto del tutto, anche se in parte addomesticato dalla farmaceutica o perfino ereditato dagli psicopatici della Silicon Valley, forse è il momento di strapparlo di nuovo dalle mani di chi lo vuole trasformare in un prodotto da prescrizione o in un altro ingranaggio della produttività, di chi con “vision” intende quella aziendale, e recuperarne il potenziale politico.

Il punto non è riportare in vita un’epoca che non ci appartiene, ma riconsiderare il significato di queste esperienze qui e ora. Bella musica negli anni ’60, per carità, ma lasciamoli dove sono. Guardiamo alla situazione di oggi. Anche i rari momenti in cui gli psichedelici non vengono considerati medicine, si parla comunque di crescita personale, auto miglioramento, trasformazione individuale, e raramente si pensa a quella collettiva e tantomeno alla trasformazione della realtà. Eppure questo effetto è possibile. Anche se finora non è successo, non è detto che non possa succedere. Il momento giusto arriva quando decidiamo che è arrivato. Ed è giunto il momento di parlare del potenziale sovversivo degli psichedelici.

Sento già l’obiezione: ma anche la destra trumpiana conosce gli psichedelici, eppure non cambia nulla, non c’è alcuna trasformazione. Sarebbe come dire che i libri possono avere un potere trasformativo, ma siccome anche i reazionari leggono, allora forse i libri non hanno alcun impatto. Le droghe, proprio come i libri, non sono rivoluzionarie in sé, sono strumenti, mezzi che possono aprire possibilità, spostare prospettive, creare crepe nel reale. Gli psichedelici: non portano automaticamente a dei risultati, ma costituiscono una possibilità. E come i libri, da soli non cambiano nulla: serve chi li usa, chi li diffonde, chi li trasforma in azione. Gli psichedelici dovrebbero stare accanto ai libri nelle biblioteche della rivolta: LSD, DMT, funghi, peyote, ketamina e tutto il resto e anche tutto ciò che ancora deve essere scoperto o riscoperto. Non perché siano una bacchetta magica, ma perché possono essere uno dei tanti detonatori di una nuova immaginazione politica e sociale.

Sento anche questa obiezione: l’esperienza psichedelica è un’esperienza individuale! Questo è male! Beh, anche leggere, se è per questo. Però se leggiamo lo stesso libro, o anche i libri diversi, e poi ci confrontiamo, ci scambiamo informazioni, idee, emozioni, diventa un’esperienza collettiva, potenzialmente di trasformazione del mondo. E chi liquida questa idea come retorica ingenua non si accorge di cadere nella stessa semplificazione. È come dire che siccome molte persone leggono senza diventare rivoluzionarie, allora i libri non servono a nulla. I libri da soli non cambiano il mondo, ma masse intere che li leggono e poi agiscono, forse sì. Al posto di libri metteteci droghe.

L’esperienza psichedelica è un potente strumento di allenamento alla decostruzione della realtà ordinaria. Quando una persona assume una sostanza psichedelica, il suo modo di percepire il mondo cambia radicalmente: le strutture spazio-temporali si dissolvono, le identità si sfaldano e si svuotano, i concetti di sé e dell’altro si fanno fluidi, tutto può essere messo in dubbio. Questo stravolgimento percettivo e cognitivo è ciò che permette di mettere in discussione la realtà così come è comunemente intesa.

Se spazio e tempo, che sono tra le strutture fondamentali della nostra esistenza, possono essere percepiti come illusioni o convenzioni, allora anche le banali costruzioni sociali – come lo Stato, la polizia, l’autorità, il lavoro, la proprietà privata – possono essere soggette a questa stessa messa in discussione. Lo Stato agli occhi di molti si presenta come un’entità solida, inevitabile, quasi naturale, ma è un costrutto umano, mantenuto in piedi da narrazioni, istituzioni e coercizioni. Durante un trip lo Stato non esiste. A meno che non sia un bad trip. E di sicuro non avete voglia di lavorare.

L’esperienza psichedelica può far emergere una consapevolezza nuova: le regole che governano il mondo sono arbitrarie, le gerarchie sono spesso imposte con la forza e la polizia non è una necessaria istituzione a servizio della giustizia, ma un apparato di controllo sociale e di monopolio della violenza. Se la realtà sociale è malleabile, se le sue leggi possono essere riscritte come quelle della percezione sotto l’effetto di un trip, allora diventa possibile immaginare nuovi modi di organizzare la convivenza umana, modelli non gerarchici, non autoritari, più cooperativi e creativi. Anche più divertenti.

Quest’ultimo punto non è da sottovalutare. Divertire vuol dire volgere altrove, andare in un’altra direzione, e ha la radice in comune con diverso. Ed è di questo che sto parlando.

Sono consapevole che i casi individuali servono fino a un certo punto, esattamente come per i libri. Se da una parte possiamo raccontare con un certo godimento del suprematista bianco che in uno studio scientifico ha preso l’MDMA e ha capito che le sue idee erano malsane e che tutto ciò che conta è l’amore e la connessione con gli altri (cercate la notizia, si trova online), dall’altra possiamo immaginare un Super Compagno che ha letto tutti i libri giusti e preso un sacco di acidi, eppure resta il solito stronzo. Fatta questa premessa, farò un esempio personale.

Ho avuto esperienze molto intense e significative, ma in questo caso ne propongo una che all’apparenza può sembrare minore e invece, sul lungo periodo, si è rivelata tra le più importanti. È andata così: un giorno volevo meditare sul concetto di confine durante un trip, ma ovviamente me ne sono dimenticato, come spesso capita quando si è alla ricerca di una visione e si viene distratti dalle allucinazioni. Tutte quelle cosette colorate e bizzarre che si associano all’esperienza psichedelica si possono considerare degli effetti collaterali: divertenti, ma non molto significativi. A riportarmi al mio compito è stata la mia compagna, che a un certo punto mi ha chiesto “Non volevi meditare sul confine?”. In quel momento c’era un forte vento, o forse un venticello leggero che io percepivo come forte. Mi sentivo attraversato da questo vento. Non si abbatteva su di me, scorrendo sulla pelle: mi attraversava da parte a parte. E avevo la percezione che lo stesso vento stesse attraversando anche gli alberi intorno a me, e tutte le cose e le persone. Il mio corpo, confine per definizione, era come se non ci fosse. E se non c’era quel confine, come potevano essercene altri, narrazioni culturali, costrutti, idee? Alla mia compagna ho immediatamente risposto che quella questione non mi interessava più, che trovavo la stessa domanda stupida – domanda che avevo concepito quando ero nell’altra realtà, quella razionale e meno colorata. Al ritorno, dopo qualche ora, non avevo ragionato e meditato sul confine: ne avevo fatto esperienza. Il confine poteva non esserci affatto. L’avevo visto, l’avevo sentito. Più che un’idea mi è rimasta addosso per mesi una sensazione legata a questa micro esperienza che ora ovviamente, riportata a parole, non rende granché. Ma è stata profonda e importante.

In altre parole, se un’esperienza psichedelica può farci vedere che i confini sono fittizi o che il tempo è un’illusione, può anche aiutarci a vedere che il potere lo è. Se può sciogliere i confini tra soggetto e oggetto, può anche sciogliere i confini tra governanti e governati. E se può farci percepire la realtà come un flusso in continuo cambiamento, allora può ispirarci a trasformare radicalmente il mondo in cui viviamo. Le droghe diventano un allenamento a mettere in dubbio, sabotare, hackerare la realtà. Con gli psichedelici lo vediamo: è possibile. Accediamo a una realtà dove le cose sono tutte in trasformazione. Non è sulla pagina di un libro: è davanti a noi, dentro di noi, intorno a noi. Sentire certe cose, provarle, vederle, è diverso da pensarle, da ragionarci su.

Si diventa empatici, le barriere tra individuo e comunità si dissolvono, si genera una solidarietà radicale, un senso di interconnessione e interdipendenza tra tutte le forme di vita, non solo umane, e una generale sensazione di libertà. La possibilità di creare nuovi modelli sociali basati sulla cooperazione, sull’empatia e sulla condivisione diventa più concreta, mentre i vecchi modelli di potere che si fondano sull’oppressione, la competizione e l’individualismo sembrano sempre più obsoleti. Queste sostanze magiche amplificano una capacità già insita in noi ma a volte un po’ arrugginita: l’immaginazione. Quindi non si tratta solo di riconoscere che il potere del sistema sociale, politico ed economico è fragile, illusorio e costruito, ma di iniziare a immaginare e creare nuovi mondi, dove le strutture esistenti siano decostruite e sostituite da possibilità più libere, collettive e divertenti.

E quindi cosa fare? Drogarsi! Autogestione e autoproduzione, soprattutto. Normalizzare l’utilizzo di queste sostanze, diffondere conoscenza. Oltre al consumo individuale, pensare a pratiche di esperienza condivisa, a gruppi che usano gli psichedelici per immaginare, sperimentare e progettare. Elaborare strategie di consapevolezza dell’utilizzo che non dipendano da istituzioni ufficiali e camici bianchi e ignorare completamente, da subito, senza attendere leggi o fare petizioni, lo status di legalità o meno di una sostanza. Non imploriamo in ginocchio che l’autorità ci conceda qualcosa che possiamo avere già.

Imparare a creare le sostanze, coltivarle, nasconderle, eludere i controlli, creare alleanze, imparare a prendersi cura gli uni degli altri. Contrastare la logica commerciale creando filiere di produzione e distribuzione autogestite, rendendo le sostanze disponibili anche a chi non ha soldi. Tra compagni e compagne, consigliare sostanze come oggi si consiglia un saggio Elèuthera. Creare manuali, fanzine, canali di informazione indipendenti che parlino di psichedelici in chiave sovversiva e non solo terapeutica o spirituale, con istruzioni e ricette. C’è sempre un amico col pollice verde bravissimo a coltivare erba e funghi o un’amica chimica che sa fare la DMT. Inserire le droghe all’interno dei dibattiti. Allenarsi a vedere le cose in modo diverso, a sperimentare allucinazioni e visioni dove tutto è possibile, dove le cose sono in costante mutazione e quindi vedere che anche queste strutture di potere che possono apparire così immutabili in realtà possono essere spazzate dal vento e se ne possono immaginare di nuove. Vedere, dentro le nostre teste, che il capitalismo può non esistere.

Le droghe sono uno spazio libero. All’interno dell’esperienza non ci sono né servi né padroni, non ci sono doveri, non ci sono gerarchie, non c’è produttività, non c’è profitto, non c’è economia. Dentro l’esperienza si aprono territori inesplorati, l’ego si dissolve e l’immaginazione si espande oltre i confini. È un ritorno alla possibilità pura, alla libertà di percepire, di sentire, di pensare senza le sovrastrutture che ci vengono imposte fin dalla nascita. E se questo è possibile dentro di noi, allora è possibile anche fuori. Su una panchina una volta ho letto la scritta: RESPIRA, LICENZIATI, GIOCA.

Emma Goldman ha detto: se non posso ballare, non è la mia rivoluzione. Io dico: se non mi posso sballare, non è la mia rivoluzione.

E se io sono già pronto e non ho bisogno della droga? Vi sento, compagni. Avete già letto tutti i libri utili, vi giocate metà stipendio, se ce l’avete, per sostenere fogli anarchici e fanzine, avete partecipato a tutte le forme di lotta attualmente possibili, fatto parte di 147 collettivi e accumulato 10mila ore di assemblee. Siete già svegli, illuminati, vi vedo anche un po’ stanchi. La scossa psichedelica a voi non serve. E va bene, forse è vero. Anche se non sentite il bisogno di usare droghe per fare esperienza di una nuova realtà, potreste farlo per esplorare gli psichedelici in un contesto condiviso, come un’esperienza collettiva, per capire come queste sostanze possano agire a livello comunitario, per gioire insieme. In questo caso diventano un strumento di coesione piuttosto che di esplorazione individuale. E poi potreste farlo per divertirvi, perché no? Alla prossima assemblea niente birrette, proponete un trip.

Sento anche un’altra vostra preoccupazione: le stesse sostanze che secondo alcuni potevano aiutare a cambiare il mondo secondo altri sarebbero state usate per depotenziare e indebolire i movimenti di lotta. Secondo questa visione cospirativa ad esempio l’LSD fu deliberatamente lasciato circolare (o addirittura promosso) dai servizi segreti per distrarre i giovani dalla lotta politica, portarli a una “fuga dalla realtà”, all’isolamento, per disgregare i movimenti di protesta. È andata così? Non mi interessa. Se anche fosse vero, farsi spaventare dalle strategie del potere sarebbe una sconfitta. Voglio dire, sono passati più di 50 anni. Perché farsi ingabbiare e spaventare dal passato? Se mezzo secolo fa gli psichedelici sono stati davvero un’arma del nemico, oggi possono diventare una nostra arma.

Anche perché drogarsi non vuol dire rincoglionirsi. O almeno, anche, ma non solo. Secondo alcune ipotesi, a cui mi piace credere, i guerrieri vichinghi prima delle battaglie entravano in uno stato mentale di furia ingerendo un infuso di funghi allucinogeni del tipo Amanita muscaria. Altri combattenti, in altri periodi e in altre parti del mondo, si preparavano alla lotta con l’hashish o il peyote. Queste sostanze non erano usate solo per la battaglia, ma anche per prepararsi spiritualmente o per ottenere visioni strategiche.

Saremo sballati, ma non per questo meno pericolosi. Anzi. Io credo che gli psichedelici non siano anestetici, non servono a spegnere il pensiero critico né a renderci più docili. Al contrario possono essere strumenti di disvelamento, detonatori di immaginazione radicale, catalizzatori di una percezione più fluida e dinamica della realtà. Se il capitalismo rischia di assorbire tutto, anche gli psichedelici, allora un atto sovversivo non è solo usarli, ma usarli insieme, in modo collettivo, politico, come allenamento a vedere il mondo in un altro modo e a costruirne di nuovi. Sabotare. Agire. Possiamo essere molto pericolosi – e completamente sballati.


questo testo fa parte dell’opuscolo “Verso un’insurrezione psichedelica” di MP edito da Robin Book Gang, liberamente scaricabile qua https://archive.org/details/verso-uninsurrezione-psichedelica/verso%20un%27insurrezione%20psichedelica%20Lettura/

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Il menestrello come sistema di informazione diffuso

più che il menestrello sarebbe il cantastorie, ma menestrello fa più ridere come parola.

immaginiamo questa scena: esco di casa la mattina e per strada incontro vari menestrelli che negli angoli del paese/città cantano le notizie del giorno. un sistema di informazione orale e musicale che trasforma le notizie in storie collettive.

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Gli sbirri interiori

appendice al post ogni cosa è medicalizzata.

C’è anche un altro aspetto che non ho trattato, ma che si collega bene alla riflessione conclusiva sul fatto che l’autorità di cui dobbiamo avere paura è quella dentro di noi. Perché quella esterna si può e si deve abbattere o ignorare, ma quella dentro di noi è molto più insidiosa e difficile da combattere.

Sul tema delle droghe, osservavo come spesso si cerchi di giustificarne l’uso esclusivamente in ambito medico, mentre l’impiego a scopo ricreativo venga stigmatizzato, riflettendo una tendenza verso la medicalizzazione della società. Davo la colpa all’autorità, ma mi rendo conto che anch’io ho adottato lo stesso approccio, senza che nessuno me lo imponesse direttamente.

Mi è capitato qualche tempo fa: spiegando a un amico che fumo erba, e percependo in lui un certo scetticismo, ho detto subito che lo facevo perché il CBD ha alcune proprietà terapeutiche e forse mi faceva bene allo stomaco.

Era la giustificazione.

Ora mi osservo stravaccato sul divano, completamente intontito dal THC, gli occhi incollati al video in loop di uno gnomo che suona il flauto in un bosco, felice ma assente, sospeso in una bolla, incapace di fare qualcos’altro, gioiosamente improduttivo. Uso terapeutico del CBD? Un rimedio per il mal di stomaco? Difficile crederlo. Eppure, quando ne parlavo al mio amico, gliel’ho venduta (metaforicamente, sia chiaro, signor brigadiere) come se fosse una medicina.

Altro esempio: da appassionato estimatore di psichedelici, se devo consigliarli uso molto l’argomentazione dell’esperienza trasformativa e perfino spirituale, oppure l’argomento culturale. Far diventare l’esperienza con la sostanza un fatto culturale la nobilita e la rende socialmente accettabile. Ci vergogniamo di divertirci. Il divertimento puro, il piacere, non è un argomento abbastanza nobile, anzi, è qualcosa di riprovevole. E allora mandiamo al nostro amico un link dell’articolo della nota rivista culturale sull’uso sciamanico degli psichedelici per giustificare che prendiamo i funghetti la domenica mattina.

Io stesso mi sento più legittimato a usare certe sostanze perché ho letto dei libri, sono vagamente istruito, mi sembra di farne un uso intelligente. Quando in un podcast sugli psichedelici a parlare è un laureato che ha scritto un lungo e dotto articolo sul tema, con tante belle citazioni, è diverso da quando a parlarne è un fattone che va ai rave e ama i trip. Il secondo viene percepito come un tossico che ha meno diritto a parlarne perché è un selvaggio rozzo e incolto.

Questa distinzione è il risultato di un meccanismo più ampio: il valore che attribuiamo alle esperienze dipende da chi le racconta e dal contesto in cui vengono inserite. Un’esperienza che sarebbe considerata discutibile se vissuta da un emarginato diventa invece legittima se chi la racconta possiede il linguaggio e le credenziali giuste per nobilitarla. È lo stesso motivo per cui un ricercatore di Harvard può studiare e magari elogiare gli effetti dell’LSD senza essere visto come un drogato, mentre una persona che assume la stessa sostanza in un contesto ricreativo viene etichettata come irresponsabile.

È puro classismo culturale: la legittimazione di certe pratiche dipende dalla capacità di rivestirle di un’aura intellettuale o accademica. Non è la sostanza in sé a determinare il giudizio sociale, ma chi la consuma e con quali strumenti narrativi la giustifica. L’incolto, il fattone, non sente il bisogno di giustificare il proprio viaggio con riferimenti a studi neuroscientifici o tradizioni sciamaniche: vive l’esperienza direttamente, senza inserirla in una cornice culturale. Semplicemente si lascia attraversare dall’esperienza, senza sovrastrutture, senza il filtro della legittimazione intellettuale. L’incolto ignora o rifiuta il gioco della legittimazione, e in questo rifiuto c’è una forma di libertà che mette in crisi chi invece sente il bisogno di trovare sempre una giustificazione. Paradossalmente proprio questa immediatezza è vista come una forma di inferiorità. È come dire: “Non ti droghi nel modo giusto”.

Sia chiaro, la cultura non è il male. In fondo, dare un senso alle cose è segno di consapevolezza: attribuire un valore culturale o esperienziale a ciò che facciamo significa comprenderlo meglio, integrarlo nella nostra visione del mondo. È giusto, perché le esperienze – anche quelle legate all’uso di sostanze – sono parte della nostra crescita, della nostra cultura, della nostra identità. Ma se il senso che do a queste esperienze serve solo a nobilitarle agli occhi degli altri, allora sto giocando un altro gioco: quello della legittimazione, della compiacenza verso un’autorità – che sia morale, culturale o sociale. Se dico che l’LSD mi ha insegnato qualcosa sulla mia interiorità, se giustifico i funghetti con la loro storia millenaria nei rituali sciamanici, negando l’aspetto di puro divertimento, sto cercando un lasciapassare, un permesso per godermi un’esperienza che, in fondo, potrei semplicemente vivere senza doverla elevare a qualcosa di più alto. Ci vergogniamo del piacere per il piacere, perché non è abbastanza “nobile”, e così lo rivestiamo di significati più accettabili, per paura di sembrare superficiali, irresponsabili e soprattutto improduttivi.

Non a caso un’altra giustificazione frequente per l’uso delle sostanze è la produttività. Viviamo in una società che misura il valore di ogni esperienza in base alla sua utilità, e così anche le droghe devono dimostrare di avere uno scopo funzionale. Ho visto pubblicità di microdosing di psilocibina che la promuovevano come strumento per aumentare concentrazione e performance lavorativa, per essere “focalizzati”, quasi fosse un integratore per l’efficienza, un potenziatore cognitivo accettabile perché orientato alla produttività. Prendere i funghi per lavorare? È il paradosso perfetto: una sostanza ideale per espandere la percezione, per rompere gli schemi, diventa un altro ingranaggio della macchina produttiva. Perfino l’alterazione della coscienza deve essere messa al servizio del rendimento.

In tutti questi modi – medicina, cultura, produttività – dobbiamo sempre giustificarci, e lo facciamo in primis con noi stessi.

La morale è un’autorità interiorizzata. Dentro di noi, tra il pancreas e il fegato, ci sono un tribunale e una questura. Ci sono degli sbirri interiori, non meno veri di quelli in divisa là fuori, che giudicano e reprimono. Ed è a loro che ci rivolgiamo quando spacciamo (sempre in senso metaforico) le droghe per esperienze culturali e ci vergogniamo di divertirci. Ci stiamo giustificando. A forza di cercare scuse accettabili per ciò che facciamo, finiamo per diventare i nostri stessi sorveglianti.

Ma non abbiamo bisogno di farlo per tutte le sostanze. Le diffuse dipendenze da caffè (“non posso iniziare la giornata senza!” immaginate una persona che lo dica dell’hashish), alcol (“dopo il lavoro bevo un paio di birre per rilassarmi”), benzodiazepine (“me le ha date il medico per dormire”) sono socialmente accettate e normalizzate perché funzionali all’ordine sociale. Non voglio ovviamente denigrare queste sostanze: due di queste tre sono anche mie dipendenze. Ma perché il piacere puro dello sballo delle altre sostanze, quelle cosiddette “illegali”, non è accettato?

Se mi sballo semplicemente per il piacere di farlo, vengo percepito come irresponsabile, superficiale, edonista, sicuramente moralmente discutibile. Ma l’accusa più pesante è quella di individualismo, come se il desiderio di stare bene per il solo gusto di stare bene fosse un atto egoista, privo di valore sociale. Eppure, c’è qualcosa di profondamente collettivo nello sballo: le esperienze migliori non sono quelle solitarie, ma quelle condivise, in cui il confine tra il mio piacere e quello degli altri si dissolve, creando uno spazio comune di connessione, complicità e libertà.

Io penso che se voglio essere libero, allora non devo solo ignorare la morale sociale, ma anche smettere di darmi giustificazioni interne. Perché con gli sbirri interiori facciamo noi il lavoro di quelli fuori. Le divise non hanno nemmeno bisogno di intervenire se noi stessi, sotto la nostra pelle, ne indossiamo una. I manganelli possono restare nei cassetti, se io stesso ne impugno uno invisibile.

Il potere più efficace ci fa accettare la repressione come necessaria, come naturale. Ci abituiamo a giudicarci con gli occhi dell’autorità, a filtrare ogni nostro impulso attraverso il prisma del dovere, della rispettabilità, del decoro, della produttività. Essere liberi, allora, significa spogliarsi delle divise invisibili che indossiamo senza rendercene conto.

Devo accettare che il mio desiderio esista senza bisogno di nobilitarlo con la medicina o la cultura. Ho diritto al piacere, senza motivazioni spirituali, culturali, terapeutiche. Dobbiamo assaltare il tribunale e la questura dentro di noi e darli alle fiamme. Dobbiamo smettere di processarci, di chiedere permesso a un’autorità invisibile per poter godere. Non c’è bisogno di un verdetto di assoluzione per il semplice fatto di essere vivi e di desiderare. L’autorità interiore va distrutta, quella visibile semplicemente ignorata.

La totale indipendenza dal giudizio degli altri o dei nostri sbirri interiori è molto difficile, ma quello che possiamo fare è avvicinarci a quest’idea smettendo di mentire a noi stessi e assumendoci pienamente la responsabilità delle nostre scelte, senza bisogno di costruire giustificazioni per renderle più accettabili. Dovremmo considerare i nostri corpi e le nostre menti come spazi di autogestione totale, dove il piacere non ha bisogno di essere giustificato né tantomeno assolto.

Quindi vuol dire che posso fare quello che voglio fottendomene degli altri? No. L’ideale è sempre l’uso consapevole. Ma va riconosciuto quando la morale è un meccanismo di repressione che abbiamo semplicemente ereditato dai divieti dell’autorità.

Come sempre torna comodo l’esempio dell’alcol: è del tutto legale, economico, facilmente reperibile, eppure nelle strade non sono tutti ubriachi. La maggior parte delle persone ne fa un uso consapevole, ne conoscono i rischi, hanno imparato fin da piccoli a dosarlo, anche grazie a un sapere orizzontale fatto di amici e parenti. Non conosco nessuno che quando ne fa uso senta di fare qualcosa di sbagliato, semplicemente perché attualmente è legale per qualche tribunale. Quando la nostra morale coincide esattamente con i divieti dell’autorità, deve sempre suonare un campanello d’allarme, e deve suonare molto forte.

Siate liberi, drogatevi in pace.

questo testo fa parte dell’opuscolo “Verso un’insurrezione psichedelica” di MP edito da Robin Book Gang, liberamente scaricabile qua https://archive.org/details/verso-uninsurrezione-psichedelica/verso%20un%27insurrezione%20psichedelica%20Lettura/

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Esplorazione alla ricerca di forme di vita intelligente

non potendo, almeno per ora, viaggiare nello spazio, alcuni membri del collettivo sono partiti in missione alla ricerca di forme di vita intelligente nei dintorni.

è andata così: erano finiti l’aglio e gli spaghetti e bisognava anche ritirare soldi, la macchina è rotta e questa non è solo una splendida occasione per muoversi esclusivamente a piedi ed esplorare, ma anche per cercare forme di vita interessanti e a noi affini.

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Ogni cosa è medicalizzata

Parto da una cosa che mi sta a cuore: le droghe. L’ho scritto molte volte, lo ripeto ancora una volta: non vogliamo andare in farmacia, vogliamo drogarci.

Eppure, una tendenza sempre più diffusa negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda gli psichedelici, è promuoverli come ottime medicine. Piacciono agli psichiatri, ci sono gli studi scientifici a supporto, sembrano avere effetti positivi sulla depressione, sull’ansia, sul disturbo da stress post-traumatico. E questa è una cosa buona. Ben venga che sostanze come la psilocibina, l’MDMA o la ketamina possano aiutare chi sta male. È utile, è importante, ci mancherebbe.

Ma ridurre l’esperienza con le sostanze alla medicina è limitante e butta all’aria millenni di esperienza umana, dove le droghe erano sì anche medicine, ma anche, non solo.

Non è possibile che ogni esperienza debba essere valutata e normata secondo un protocollo medico. E invece è una tendenza in atto: ricondurre ogni esperienza umana a un protocollo terapeutico, a una prescrizione, a un trattamento medico. Perché sembra che l’unico modo per legittimare l’uso di certe sostanze sia dire che curano qualcosa, che riparano un danno. Ci dev’essere un’autorità medica che autorizza l’uso perché stai male, perché hai un disturbo o magari perché stai schiattando.

Le sostanze, piante, funghi o prodotti di sintesi, non servono solo a quello. Esistono anche il gioco, l’esplorazione, il piacere, la conoscenza, la trasformazione personale e spirituale. Esiste il diritto di alterare la propria coscienza senza dover prima dimostrare di essere malati. Le persone l’hanno sempre fatto e lo fanno ancora.

Oggi ovunque spuntano articoli, podcast e conferenze che esaltano le proprietà terapeutiche degli psichedelici, come se fosse l’unico modo per legittimarne l’uso. Forse molti credono in buona fede che questa sia una strategia efficace, una sorta di cavallo di Troia: prima li facciamo accettare come farmaci, poi apriamo la porta al loro uso più ampio e ci possiamo drogare come vogliamo. L’idea è che, una volta dimostrati i loro benefici clinici, l’attuale società drogafobica sarà più incline a riconoscerne anche il valore ricreativo, esplorativo e spirituale. Ma se il lasciapassare per l’uso passa solo attraverso la medicina, finiamo per rafforzare l’idea che alterare la coscienza sia accettabile solo quando c’è una diagnosi, e non come diritto intrinseco dell’individuo.

Vogliono controllare le droghe non perché facciano male – di cose che fanno male ne abbiamo ovunque, alcol in primis, e restano legali – ma perché concedere alle persone il diritto di modificare la propria percezione senza una giustificazione terapeutica è considerato inaccettabile. Perché chi si droga per il gusto di farlo, senza autorizzazione, senza una cura da seguire, senza una diagnosi, senza nemmeno motivi religiosi, è un elemento fuori controllo.

Dunque tanto per cambiare è anche una questione di autorità. L’autorità pretende di essere il centro di tutto: stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato, decide quando puoi provare piacere e quando devi soffrire. Ti insegna che il piacere è accettabile solo se regolamentato. L’erba da noi è illegale, ma va bene se hai il cancro. Psilocibina? Forse col microdosing. L’autorità ti dà il contentino della cura, della terapia, della prescrizione, del dosaggio controllato.

E allora sì, che gli psichedelici curino la depressione, che l’MDMA aiuti col trauma, che la ketamina serva contro l’ansia e che la cannabis aiuti col dolore. Ma non dimentichiamo che queste sostanze magiche esistono anche per chi sta bene. Per chi vuole vedere oltre, per chi vuole giocare e scoprire, per chi vuole spingersi in zone strane dell’esperienza umana senza il timbro di approvazione di un dottore.

Anche nelle culture indigene dove alcune di queste sostanze, le cosiddette piante degli dei, fanno parte dei rituali, la somministrazione è di fatto, almeno nella maggior parte dei casi, regolata da un’autorità. Lo sciamano, il curandero, l’anziano, ecc. Dalle nostre parti questa figura rischia di diventare lo psichiatra, l’autorità delle sostanze. Ma poi diciamo la verità: noi non siamo quelle società, a queste latitudini se prendo l’MD non ho per forza bisogno di inserirlo in un rituale spirituale o di contatto con gli antenati guidato dagli anziani o in un rito di iniziazione.

Ma il problema non è solo l’autorità: il problema siamo anche noi, che sentiamo il bisogno di convincerla. Che ci pieghiamo al suo linguaggio, che cerchiamo la sua approvazione per fare quello che vogliamo fare comunque. Quando diciamo che le droghe devono essere legali perché curano, è come se stessimo chiedendo il permesso. È un atteggiamento di sottomissione alla ricerca del consenso dell’autorità.

La psichiatria sta diventando la grande dispensatrice di permessi: puoi assumere certe sostanze, ma solo se hai una diagnosi. È un modo per trasformare tutto in terapia. Ma io non voglio un lasciapassare medico per esplorare la coscienza. A volte voglio solo sballarmi senza chiedere il permesso a nessuno. E questo è socialmente inaccettabile.

Leggevo un articolo sulla psilocibina come antidepressivo. Alla fine c’era il solito disclaimer: “Non tentate di replicare queste esperienze senza supervisione medica.” Nei commenti, un medico entusiasta elogiava la sostanza ma concludeva che non va presa “in autonomia” e che “l’uso ricreativo è sconsigliato”. Sempre la stessa storia: l’uso ricreativo è visto come pericoloso ed edonistico, mentre la sostanza è accettabile solo all’interno di una terapia controllata, come se l’esperienza autonoma fosse intrinsecamente rischiosa e riprovevole. Questo riflette una dinamica simile a quella delle religioni dove il contatto con il divino era possibile solo attraverso un intermediario.

Io, se necessito di assistenza, posso prendere i funghi con un amico o un’amica che ha più esperienza di me. Posso parlarne con altre persone, posso leggere libri, posso accedere a un sapere condiviso che non passa da uno psichiatra o da un’autorità di nessun genere. L’idea che solo un terapeuta qualificato possa guidare l’uso della psilocibina ignora secoli di conoscenze trasmesse oralmente tra culture indigene, psiconauti, super fattoni e comunità che hanno sperimentato direttamente gli effetti di queste molecole.

Noi abbiamo creato nuove tradizioni, spesso slegate da quelle da cui alcune di queste sostanze hanno origine. Il mio sciamano può essere l’utente molto esperto di un forum di psiconauti. Il sapere non passa da un’autorità designata. Non ho mai dato un esame di antropologia, ma credo che il passaggio da tradizioni indigene a nuove pratiche moderne non sia né una perdita né una semplice appropriazione: è un adattamento culturale, una trasformazione dei modi in cui cerchiamo il piacere, il sacro o la conoscenza. Così come nel passato quelle società hanno ridefinito il ruolo delle sostanze nel proprio contesto culturale, lo stiamo facendo anche noi oggi, creando i nostri rituali e le nostre comunità di riferimento. Inventiamo tradizioni.

La società sconsiglia sempre di più l’autonomia e l’autogestione. Perché sarebbe “pericolosa”. Ma se un gruppo di persone condivide informazioni, crea guide di riduzione del rischio e fornisce supporto reciproco, non è un sistema di sicurezza, solo più orizzontale e decentralizzato? La narrativa dominante dice che se non c’è un’autorità a supervisionare allora il consumo è sconsiderato. Ci vuole papà che ti accompagni.

La società, nel disincentivare l’autonomia individuale, finisce per rendere le persone impaurite, vulnerabili, insicure e dipendenti da un’autorità esterna per ogni aspetto della loro vita. Questo atteggiamento diffonde paura, mina la fiducia in se stessi, scoraggia la capacità di prendere decisioni consapevoli e scredita forme di autogestione e cooperazione. È come un genitore che dice al bambino “Non potrai mai fare a meno di me, non ci riusciresti. E non chiedere aiuto ai tuoi amici”.

E poi, c’è un evidente doppio standard. Perché pochi direbbero dell’alcol “l’uso ricreativo è sconsigliato”, sarebbe assurdo. La società, per fortuna, accetta che si possa bere alcol senza uno specialista a fianco o che si possa fare un’escursione in montagna senza una guida certificata. Posso anche comprare una motosega e tagliare un albero, rischiando di mozzarmi un piede, senza nessuna autorizzazione o protocollo. Lo faccio in autonomia. Sta a me farlo con consapevolezza e intelligenza. Con le droghe invece la libertà individuale viene meno e tutto dev’essere controllato e sorvegliato.

L’autorità della psichiatria non è diversa dalle altre: classifica, regola, decide chi ha diritto a cosa. Ti dice che se soffri, forse puoi avere un po’ di libertà chimica, ma se stai bene, allora no, allora sei solo un deviato, un tossico, un fattone.

Ma le nostre menti non sono un territorio regolamentato dall’autorità. Dentro le nostre menti dobbiamo pretendere libertà assoluta. Perché l’autorità peggiore non è quella là fuori, ma quella dentro di noi.

 

seconda parte: Gli sbirri interiori

questo testo fa parte dell’opuscolo “Verso un’insurrezione psichedelica” di MP edito da Robin Book Gang, liberamente scaricabile qua https://archive.org/details/verso-uninsurrezione-psichedelica/verso%20un%27insurrezione%20psichedelica%20Lettura/

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Quali saranno i lavori più richiesti in futuro

su qualche social di merda mi è apparsa una grafica con i lavori più richiesti in futuro secondo il world economic forum e ci sono cose tipo “ingegneri di tecnofinanza” e “salesforce consultant”.

mmmmh… NO. questo è il futuro secondo voi. le cose, mi dispiace dirvelo, andranno un po’ diversamente.

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Il ricettario del collettivo

ovvero i piatti proposti nella mensa del collettivo. veri esempi di CCPP (Cibi Calorici Per Proletari), pietanze economiche e sostanziose per sopravvivere e non morire. gli ingredienti sono esclusivamente o autoprodotti o comprati in supermercati popolari come eurospin, in’s, penny, quasi sempre in confezioni maxi e in offerta. sono ammessi anche i pacchi caritas. non c’è una suddivisione in antipasti, primi, secondi, spuntini, colazione, cena ecc. perché nel collettivo regna la totale anarchia alimentare. abbiamo preso molto seriamente il modo di dire “mangiare cavoli a merenda”. queste sono solo alcune delle ricette che si ripetono perché un’altra caratteristica della nostra mensa è che raramente viene replicato lo stesso piatto due volte, un po’ per noia, un po’ perché nessuno si ricorda le ricette. in molti dei piatti, praticamente in quasi tutti, è presente l’aglio.

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Io soffro, quindi devi soffrire anche tu

ogni tanto purtroppo mi tocca andare dal medico. la sala d’attesa è minuscola e sempre piena. l’aria diventa subito irrespirabile e vige una regola non detta: se aspetti fuori, all’aria, al sole, è come se te ne fossi andato. se arriva qualcuno e chiede chi è l’ultimo, tu non conti più, perché non sei rimasto a soffrire al chiuso, nell’angusto e malsano spazio della sala d’attesa.

si potrebbe dire a chi aspetta, di solito al 95% vecchi incattiviti, che è più intelligente fare così, aspettare fuori, stare al sole. ma non sarebbero d’accordo. il pensiero è: io sto soffrendo, quindi devi soffrire anche tu. non è giusto che io stia in una cella senz’aria per due ore mentre tu fischietti all’aperto. non è pari. devi soffrire. si potrebbe dire al vecchiaccio: ma allora esci anche tu, cambiamo le condizioni di questo sistema sbagliato. no. è sempre stato così, abbiamo sempre sofferto, nessun cambiamento è accettato. there is no alternative.

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Pinocchietto rosso

Geppetto è un ex falegname che si è rovinato a causa della sua ludopatia. Si è venduto tutto per giocare al videopoker. Un giorno, sentendosi fortunato, si gioca i pochi risparmi rimasti e perde tutto. Disperato, mentre si scola un ultimo gin tonic, ha un’idea folle: “Se avessi un figlio, lo potrei mandare in giro a lavorare e a procurarmi i soldi per continuare a giocare!”. Così, si rimbocca le maniche e crea Pinocchietto, un burattino fatto di pezzi di legno recuperati dalla discarica. Ma Pinocchietto, nonostante sia di legno, non è privo di coscienza. È dotato di una volontà tutta sua, e fin dal primo momento capisce che la vita con Geppetto non sarà facile. Inizia a lavorare come rider, ma per Geppetto i soldi non sono mai abbastanza, perché la sua passione per il videopoker è divorante.

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Come vestirsi se arrivano gli alieni

Immaginate questa scena: è mercoledì, siete in cucina e state preparando gli spaghetti aglio e olio per la cena mentre ascoltate gli Autechre, quando all’improvviso dalle finestre si fanno strada intense luci abbaglianti. Sentite dei suoni indecifrabili e inizialmente pensate sia la musica, ma poi abbassate il volume e capite che vengono da fuori. Spinti dalla curiosità, ancora con il mestolo in mano, uscite in giardino e assistete a un evento straordinario: un’astronave è atterrata sul prato davanti a voi. Dalla navicella emergono figure misteriose che vi osservano attentamente. Sono gli alieni.

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La fattona dei denti

una storia per bambini.

La Fattona dei denti è una donna di mezza età che ha perso quasi tutti i denti a causa dell’uso smodato di alcune sostanze psicotrope. Gira solo la notte, sempre con una Peroni in mano e una sigaretta in bocca, e va a visitare le case dei bambini che hanno perso un dente e l’hanno messo sotto al cuscino. Sa dove andare perché è un potere che ha acquisito in seguito a una tre giorni di full immersion di cocaina, crack, Peroni, ossicodone ed eroina. La Fattona dei denti ruba il dentino senza svegliare il piccolo che dorme, sfilandolo dal cuscino, e invece di metterci una moneta come da tradizione mette cose strane come unghie spezzate, pezzi di vetro, chiavi arruginite, tappi di Peroni, aghi.