trovo estremamente patetici gli stand up comedian italiani, questi tragici 30-40enni, 90% maschi, senza arte né parte, senza talenti, che salgono molto sicuri di sé sul palco con una birra media in mano, lo sguardo come se si sentissero i più intelligenti di tutti, a fare battute trite, stereotipate, sentendosi guerrieri della trasgressione, diventano piccole star nei locali, perfino nei teatri, il palco come scudo per l’insicurezza e come amplificatore di un’asimmetria di potere terapeutica per chi ci sale, potendo finalmente trasformare la loro insicurezza e inconsistenza in bullismo, benché mascherato da atto pseudo-creativo, in uno stare in piedi mentre gli altri stanno seduti così metaforico, il microfono in mano come estensione del loro pene, estensione fallica di un potere triste, microfono che non a caso tengono vicino alla bocca, in un contesto in cui, dietro la scusa del “si scherza”, se loro dicono una cosa stanno scherzando, ma se il pubblico ne dice un’altra allora è serio, anzi seria, dunque meritevole di essere perculata, di solito se la prendono con le donne del pubblico, basandosi sui più ovvi stereotipi che parevano già vecchi all’epoca del bagaglino, però oggi con la birra artigianale, le luci soffuse, il pubblico istruito e di sinistra che finalmente trova lecito ridere alle battute imbarazzanti che faceva lo zio negli anni ottanta, ma ora sono sono reel su instagram, commenti entusiasti, le battute contro i bambini, i vegani, le femministe, i riferimenti alle droghe, sempre le stesse, i preti pedofili, “e tu che lavoro fai? voi due siete insieme? ma se non lo sapete voi!”, 15mila mi piace, un loop deprimente di scariche dopaminiche che attraversano un guscio vuoto, individui privi di qualunque reale competenza o disciplina artigianale la cui unica vera abilità consiste nel monetizzare la propria capacità di essere simpatici alle persone, non a caso spesso ridono o sorridono loro stessi, attivando per riflesso condizionato i neuroni specchio di un pubblico solo fino a un certo punto consapevole, che per imitazione ride, appunto per simpatia, ma non c’è alcuna traccia di arte in questo meccanismo, solo la disperata messinscena del vuoto, un intrattenimento anestetizzante, mai sovversivo, e mi sovvien l’eterno, il compagno dell’ultimo banco, quello simpatico, per il quale in realtà tutti, sotto sotto, provavamo pena, una figura tragica, quello buffo, buffo come, buffo come un pagliaccio, ti diverto? ti faccio ridere? sto qua per divertirti? come sarebbe buffo, buffo come, perché buffo? triste y solitario quando lo vedevo alla fermata del bus, con una felpa di due taglie più grande, forse del fratello, sempre la stessa – che fine avrà fatto oggi il povero Mirko? sarà morto, farà un lavoro di merda, o sarà sul palchetto di un pub anche lui, a bere per placare l’ansia, a raccogliere applausi, a scandalizzare dicendo sborra, a fare battute sulle femministe, a spargere sorrisoni che fanno innamorare, poi foto della camera d’albergo da caricare come storia su Instagram, “domani a Pescara”, dunque la partita iva, superati i 5mila euro della ritenuta d’acconto, certo tocca pagare il commercialista, ma magari si scopa, altrimenti abbiamo comunque riconoscimento sociale, reputazione, una reputazione spendibile e una convalida collettiva che altrimenti – nella spietata realtà della loro ordinaria inconsistenza – rimarrebbero del tutto fuori dalla loro portata, e tutto questo è meglio di scopare ed è meglio dei soldi, diciamo la verità, è l’illusione di un’identità attraverso lo sguardo altrui, è convertire la propria incapacità e il proprio vuoto personale, artistico, politico, umano, in un capitale reputazionale tanto effimero quanto difeso con le unghie, in notti insonni segnate da incubi in cui il comico si sente sprofondare nel vuoto, vuoto dentro vuoto per vuoto elevato vuoto, e poi, ormai la felpa è diventata della taglia giusta, resta solo un corpo di mezza età in un appartamento in affitto in qualche grande città dove l’affitto è alto perché conveniva vivere là per lavorare, certo, questo quando gli andava bene, ma ora? la barra delle notifiche che rallenta sullo schermo, sempre meno commenti, e la certezza matematica di non aver prodotto nulla che meriti di sopravvivergli, perfino le battute dello zio anni ottanta sono sopravvissute, in qualche modo, ma quelle del comico in piedi no, e non c’è nemmeno la dignità di un riscatto tragico, una morte spettacolare sul palco, assurda, memorabile, finalmente non più stand-up, ma lie-down, orizzontale, supino, finalmente reale, vero, e invece niente, solo un lento progressivo allontanamento, come si chiamava coso? era buffo, buffo come? serate tutte uguali, le risate del pubblico come quelle registrate delle sitcom americane, solo per posticipare il momento in cui toccherà fare i conti con l’evidenza: che l’arte non è mai pervenuta, e che dietro quel microfono non c’è assolutamente nessuno – no hay banda, so let’s all drink to the death of a clown.
(questo è quello che succede quando mi mandano un video di uno stand up comedian italiano)
